|
|
"Shining": L’attraente essenza del terrore - di Florisa Marcone
Jack Torrance (Jack Nicholson), ex insegnante con problemi di alcolismo e velleità di scrittore, si trasferisce con la moglie Wendy (Shelley Duvall) ed il figlio Danny (Danny Lloyd) nello sperduto Overlook Hotel in Colorado per un impiego da guardiano invernale. Il suo compito non sembra poi così difficile; deve solo limitarsi a tutelare gli impianti e le strutture alberghiere dalla particolare rigidità della stagione fredda del luogo. Ma secondo il direttore Mr Ullman (Barry Nelson), “a volte la solitudine e l’isolamento possono rappresentare un problema per qualcuno”. Nell’inverno del ’70 infatti, un certo Mr Grady (Philip Stone), allora custode del complesso, ebbe quello che solo eufemisticamente si poté definire un “forte esaurimento nervoso”. Perse “il lume”: fece letteralmente a pezzi la propria famiglia con un’accetta, suicidandosi subito dopo con un colpo di pistola. Un’immane e terrificante tragedia, possibile effetto collaterale di un terribile senso di segregazione, una sorta di “febbre del chiuso, di claustrofobia che viene quando ci si trova in tanti chiusi insieme per un lungo periodo di tempo”. Solo una “una storia curiosa” ed ininfluente per Jack, che al contrario ha proprio bisogno di quiete e di silenzio per completare il suo romanzo e rimettersi così in carreggiata, e che anzi ironicamente non teme nemmeno il disaccordo dei suoi cari in merito all’intera faccenda. “Wendy ne sarà affascinata, è appassionata di film d’orrore”. Ma non è certo così per il piccolo Danny, detto Doc, un bambino “speciale”. Danny dialoga con un misterioso amico immaginario, Tony, “il bambino che sta nella sua bocca”, celato dietro l’indice di una mano ed una voce roca come un graffio, che non vuole assolutamente che Doc ed i suoi genitori traslochino, se pur per un breve periodo, all’Overlook Hotel. In quell’albergo c’è qualcosa di malefico. Un fiume di sangue vivo scorre dalla porta rossa di un ascensore inondando gli immensi corridoi di un posto ancora sconosciuto ma già fortemente diffidato. E’ solo l’inizio di una serie di incomprensibili visioni, di paurosi flash che improvvisi aggrediscono l’ipersensibilità di Danny in un cattivo e spaventoso presagio. Il capocuoco Mr Halloran, che accoglie Jack e la sua famiglia facendogli da guida nella visita del residence, riconosce immediatamente in Danny lo stesso dono che lui e pochi altri hanno il privilegio di aver ricevuto, cioè quello di vedere e sentire cose passate e future, di poter scorgere le tracce che gli eventi già accaduti o che ancora devono accadere lasciano dietro o innanzi a sé e che non tutti però possono vedere. Due gemelline mano nella mano massacrate: “Vuoi giocare con noi per sempre?”. Una camera, la 237, che attira come una calamita ma che la mente respinge come un incubo. E’ lo “shining” , la luccicanza, la dote di presentire il futuro dagli indizi lasciati dal passato. Jack da principio ignaro e calmo “scrive” tutto il giorno. Ma qualcosa comincia presto a cambiare. E’ sempre più nervoso, scontroso, infastidito da tutto e tutti; non vuole essere interrotto, perde in un attimo una sempre più precaria concentrazione, si distrae irritato per un niente; sogni angoscianti e incontri enigmatici, immaginati o veri come realtà profetizzano anche in lui l’inevitabile. Tratta Wendy con maleducazione e volgarità, la caccia via furioso, comportandosi in modo anomalo anche con Danny che percepisce le allucinazioni del padre; si sente stanco ma non può dormire, ha troppo da fare! Accasciato sulla macchina da scrivere si lamenta: in realtà il suo romanzo non l’ha mai iniziato! Scrive sempre e solo la stessa frase, ossessivamente, per centinaia di pagine: “Solo lavoro e niente divertimento rendono Jack un ragazzo svogliato”. La violenza diventa urgente, e la colpa è della sua famiglia! E’ lei che vuole mandare all’aria i suoi progetti, vuole provocarlo, disturbarlo, farlo arrabbiare, proprio come aveva fatto quella di Mr Grady 10 anni prima. E come loro anche sua moglie e suo figlio meritano di essere puniti. “Papà tu non faresti mai del male a mamma e a me?”. “Non potrei mai farvi niente di male!” Ma il male può abitare inspiegabile in chiunque. Arriva la neve, bianca, accecante, e con essa la pazzia! Dall’omonimo romanzo di Stephen King, “Shining” di Stanley Kubrick è la dimostrazione più alta e riuscita di come nel cinema si possa dar vita all’horror più suggestivo e alla paura più pura senza la necessità incombente dello splatter a tutti i costi e dell’eccesso fine a se stesso e di frequente ingiustificato di effetti speciali estremi spesso soltanto disgustosi e nauseanti. Al di là dell’apparentemente schematica e semplicistica divisione cronologica in capitoli nonché dell’intreccio della classica storia di poteri paranormali e possessioni spiritiche, usati e abusati in tutto un sottogenere di categoria, “Shining” deriva infatti la potenza della sua impressione e del suo fascino da qualcosa di molto più invisibile e profondo: la paura di sé stessi e di ciò che di sé non si conosce. L’efficacia visiva e non della resa e della rappresentazione di questa ansia interiore deve sicuramente tutto all’impiego della steadycam (speciale imbracatura ideata dall’operatore Garrett Brown) e alla sua idoneità, giustificata dalla libertà di movimento senza il rischio di spostamenti bruschi della cinepresa, nel ritrarre ogni scena con totale realismo e secondo la soggettività dei protagonisti, a cominciare proprio dall’apertura sugli spazi sconfinati tra le montagne, i laghi e le foreste durante la panoramica aerea del viaggio verso l’Overlook Hotel (che ai più attenti non sarà sfuggito essere le stesse sequenze usate invece a chiusura di un altro capolavoro, “Blade Runner” di Ridley Scott). Le successioni ambientate negli interni dell’albergo però, lungo i corridoi percorsi dal bambino con il triciclo, sono senza dubbio l’esempio per eccellenza dell’enorme potenzialità narrativa di questo tipo di ripresa, la sua destinazione perfetta. L’inquadratura bassa che lo segue a sua altezza, cioè dalla sua prospettiva, accresce il senso di coinvolgimento e partecipazione di chi lo guarda, portandolo quasi a vivere la scena in prima persona, analogamente a quanto accade seguendo Jack nei suoi deliranti inseguimenti. Infatti, con la complicità per di più di una musica screziata ma costantemente cupa ed inquietante, di una luce sempre abbagliante, che quasi fa male agli occhi e di colori intensi e corposi, come l’arancio ed il marrone della moquet, il rosso del sangue, il bianco dai riflessi blu della neve e dell’emblematico “labirinto”, il crescendo della follia omicida di Jack stravolge lo spettatore quasi come se quel desiderio malato lo potesse avvertire direttamente. E questo forse, oltre che merito della steadycam, è più di tutto anche grazie ad uno Jack Nicholson letteralmente in stato di grazia! “Wendy tesoro, luce della mia vita, non ti farò niente, soltanto quella testa te la spacco in due!” La sua faccia spontaneamente inquietante, il viso dall’espressione agghiacciante infilato tra le fasce della porta distrutta a colpi di ascia, con i denti serrati e quell’innato ghigno diabolico fanno apparire Jack in trance, sotto ipnosi, uno psicopatico dalla risata isterica inconsciamente dominato da una presenza incontrollabile ed incalzante. Sono nella storia del cinema le sue battute sarcastiche ed il suo passo trascinato con l’accetta mentre corre dietro il figlio in cucina gridando o quando percorre le sue orme lungo il labirinto (“Danny sto arrivando!”); mentre segue Wendy lungo i corridoi o quando “bussa” alla porta del bagno già “segnata” dall’omicidio: “Wendy sono a casa amore! Cappuccetto rosso apri la porta, non hai sentito il mio toc toc toc? Sono il lupo cattivo!” (Onore al merito anche dello straordinario doppiaggio di Giancarlo Giannini nell’edizione italiana!) Un progresso scioccante di dissociazione mentale che angustia fino ad un ambiguo, per quanto sollevante, epilogo: una sfasatura di tempo sorprendentemente incomprensibile ed estraniante che a conclusione sposta e rende instabili il confine tra reale ed immaginario e la linearità del trascorrere del tempo, lasciando posto esclusivamente al dubbio. E forse ad un'unica certezza : la labilità dell’animo umano. Dal timore della malvagità e dell’insania latente che può nascondersi ignota in qualunque essere umano, vero e proprio invasamento demoniaco, Stanley Kubrick, da maestro sommo qual’ è stato in tutta la sua carriera, ha estratto l’attraente essenza del terrore, quello che genera il vero sgomento, e miracolosamente nel modo più naturale e mai artificioso possibile, ovvero unicamente attraverso l’utilizzo impeccabile delle sole tecniche di regia, facendo così di “Shining”, forse proprio per questa ragione, il più genuinamente grande ed importante film horror di tutti i tempi. di STANLEY KUBRICK con JACK NICHOLSON, SHELLEY DUVALL, DANNY LLOYD, SCATMAN CROTHERS, JOE TURKRL. 1980
|